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Un Capodanno speciale

Ricevo da Gabriele Demaestri e volentieri pubblico:


Quando mi è stato chiesto di scrivere due righe per descrivere i giorni trascorsi a Berga per festeggiare la venuta del nuovo anno ho accettato di buon grado, entusiasta di raccontare a tutti quanti il nostro capodanno berghese.

Berga è sempre stata sinonimo di Famiglia e sempre lo sarà, una famiglia strana e allargata, che per 11 mesi all’anno si mantiene in contatto telefonico, riunendosi raramente, e che solo per 31 giorni vive insieme, 31 giorni in cui il tempo sembra fermarsi, ma che, inesorabilmente, scorre , in una maniera che appare anche più veloce del normale.

Festeggiare Capodanno per molti non è importante e potrebbe e forse ha ragione M. Veneziani quando scrive:

“Ma quanto sono fessi gli uomini che sceneggiano il trapasso d’anno. […] Urla, spari, auguri, tutto per niente, solo per santificare un nonnulla, una festa non per uomini né dei, non per nascite né morti; agitati a celebrare solo il tempo che passa. A illudersi di un transito tra il Non più e il Non ancora. Ma quanto sono scemi gli abitanti della terra, cosa hanno da brindare per un giorno come gli altri, una manciata d’attimi tra la luce di un anno che va e il buio di un altro che viene, e poi viceversa. Insensata giostra del tempo, che solo dementi atavici possono osannare, fingendo cerimonie d’addio e di benvenuto a grumi seriali di giorni. Pirla dal volto umano festeggiano il nuovo che li invecchia e la tragedia del divenire; brindano al Capodanno che, lo dice la parola, è a capo del danno chiamato tempo-che-passa. Ma che vuoi farci,  siamo bambini d’annata, siamo imbecilli giocosi, ci entusiasmiamo solo per le cose vane e insensate.”

Festeggiare Capodanno può sembrare cosa folle e insensata, ma festeggiarlo tutti insieme – o meglio, quasi tutti – lo ha reso incredibilmente speciale.

Berga è meravigliosa d’estate, ma è incantevole d’inverno: il paese disabitato, immerso nel silenzio più totale, è stato reso vivo per 3 giorni da 10 ragazzi che, mancandosi l’un l’altro, hanno deciso di sfidare ogni possibile avversità per stare nuovamente insieme nel luogo che in origine li ha uniti.

E in questo silenzio, rotto soltanto dalle nostre voci e dal rintocco delle campane, come direbbe E. Montale, le cose sembravano sul punto di tradire il loro ultimo segreto, rivelando lo sbaglio della Natura, indicando il punto morto del mondo, l’anello che non tiene: tutto sembrava aver acquisito il suo più vero significato o, forse, averlo perso definitivamente, ma noi non importava.

Siamo stati qui il 30 e 31 dicembre 2018 e il 1° gennaio 2019: il tempo è stato più che clemente, il sole, alto nel cielo, ha scongiurato ogni pericolo di ghiaccio o neve e le stufe accese nelle case hanno scacciato il freddo della notte. Le porte del bar nuovo sono state aperte e la struttura ha dato asilo ed ospitalità a noi dieci, permettendoci di banchettare al suo interno e di trascorrervi la maggior parte delle ore.

Berga era uguale a se stessa, nulla era cambiato, ma qualcosa era diverso, e non mi riferisco al telefono fisso non funzionante o agli alberi del tutto privi delle loro chiome, bensì all’atmosfera di estremo calore che si era venuta a creare, un calore che, nonostante il prepotente gelo dell’inverno, scaldava i nostri cuori, scalpitanti dalla felicità di essere nel luogo destinato a rimanere per sempre il nostro posto. E quando abbiamo dovuto lasciarlo per rincasare, una volta giunto il primo giorno del 2019, abbiamo sentito un tuffo al cuore: l’anno nuovo era iniziato e noi dovevamo salutarci, l’illusione di questi giorni era finita e il tempo ci riportava nelle rumorose città, dove l’azzurro è visibile soltanto a tratti.

D’altronde, lo dice Cesare Pavese:

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”