Tema: “Berga” Set05

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Tema: “Berga”

Gabriele, “Gabbo” per gli amici e compagni, 18 anni compiuti da poco, studente liceale a Novi Ligure, ha sangue valborberino, più precisamente berghese, nelle vene in quanto la nonna materna è nativa della nostra frazione.

Ha scritto questo componimento per il paese che lo ha visto via via crescere durante le vacanze estive trascorse nella valle, lavoro che il nostro sito è ben lieto di pubblicare.

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“Niente di ciò che veramente fu vivo potrà mai morire”[1]

“Prima Berga e poi Parigi”[2] o “Berga caput mundi[3] sono entrambe espressioni volte a sottolineare ed enfatizzare la semplice bellezza e la frastornante meraviglia di un luogo che a molti sarà sconosciuto: Berga, un paese la cui esatta posizione geografica è ignota perfino a Google Maps.

Situato nella verdeggiante Val Borbera, esso è ritenuto da alcuni un paese fantasma, da altri, invece, è considerato come estremamente vivo.

Una comunità di non più 50 persone, che durante la stagione autunnale, invernale e primaverile si dissolve, riunendosi nella sua splendida interezza solamente nel mese di agosto, regge in maniera democratica quella che agli occhi dei suoi abitanti appare come il luogo più bello del mondo, in perfetta simbiosi con la natura circostante.

Un paese di cui lo stesso Leopardi si sarebbe innamorato, trovandosi qui pace, silenzio e infinito; un luogo in cui, come nel Medioevo, le ore sono scandite dal rintocco, a volte assordante, ma sempre incantevole, delle campane; un angolo di paradiso in cui l’abitudine della frenetica vita mondana si infrange e se ne crea un’altra, assolutamente magica, unica e inspiegabile.

Parlare e scrivere di Berga mi è estremamente difficile: la sua storia tace remota nel tempo e le emozioni che riaffiorano al suo rimembrarne mi impediscono la lucidità.

Un’altra vita caratterizza le giornate estive valborberine e ricordarle fa male. “Confina a nord con il dolore, a sud con la gioia, a ovest con la rabbia, a est con la speranza”[4], è la tristezza, sorella della malinconia: il dolore e la rabbia di dover andarsene e la gioia e la speranza di ritornarci. “Ma in fondo la tristezza fa anche compagnia, significa essere vivi. Presa a piccole dosi fa bene al cuore. […] Ogni tanto la si va pure a cercare, la tristezza. Ed è giusto così. Perché confina con il dolore, la rabbia, ma non né la stessa cosa, anzi, e poi è vicina anche alla gioia, alla speranza, e il confine è più sottile della lama di un coltello. […] Senza un po’ di tristezza non saremmo noi, e quasi sempre, con la tristezza, lì vicino, c’è anche un nostro sorriso.”[5]

E innumerevoli sorrisi hanno trovato tutti coloro che sanno amare, ed hanno imparato ad amare, Berga.

I pomeriggi trascorsi in una serena tranquillità quasi puerile, lontani dai mass media, dai social network, dagli smartphone e dai cellulari, immersi nel nulla del silenzio, hanno sempre emozionato  tutti quanti; giovani e vecchi, obbligati ad una pace misteriosa ed unica, al dialogo vero, aperto e sincero, amanti dell’alba, del tramonto e della natura, delle risa dei bambini e del dolce far nulla, vivono senza alcuna preoccupazione ed occupazione, assenti dalla realtà della città per il tempo concesso loro dalle ferie o dalla scuola, isolati dal resto del mondo: uniti, felici, spensierati.

E’ un paese che fa capire l’importanza delle parole famiglia e amicizia, unione e magia: i ragazzi di oggi, come gli adulti di ieri, sono nati, cresciuti e maturati insieme, e, generazione dopo generazione, secondo una tradizione millenaria, vi hanno messo le proprie radici: dalla culla alla tomba, come si suol dire.

I berghesi si sottopongono a questa sorta di esilio volontario, traumatico per i primi due giorni di agosto e meraviglioso per i restanti ventinove, per riflettere, riposare e curarsi, perché il proprio paese è la medicina migliore che si possa assumere per l’anima e per il cuore.

Come scrive Pavese, infatti, “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che quando non ci sei resta ad aspettarti. […] Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza.”[6]

Tuttavia non credo che un paese tanto suggestivo possa esistere da qualche altra parte nel mondo: una compagnia così unita da essere ormai indissolubile, una natura così meravigliosa da togliere il fiato, un cielo così azzurro di giorno da sembrare irreale e così stellato di notte da non avere eguali, ecco l’incanto e il fascino di questo luogo. La componente umana si unisce a quella naturale in maniera panica, totale, in un’armonia unica, ed è per questo che andarsene via è sempre doloroso, malinconico e nostalgico.

Non è mai un addio quello di fine agosto, è sempre un arrivederci, ma nonostante ciò, nonostante si abbia la consapevolezza e la certezza di un prossimo ritorno, si parte con l’amaro in bocca, con un nodo al cuore e con le lacrime agli occhi.

Il detto quasi proverbiale “non essere triste perché qualcosa è finito ma sii felice perché è accaduto” non basta a rincuorare animi talmente sensibili e affezionati a Berga da adorarla.

La nostalgia[7], su cui soavemente Dante Alighieri si esprime con tali parole: “era ormai giunta l’ora del tramonto, che spinge i marinai alla nostalgia e li fa commuovere ripensando al giorno in cui sono partiti ed hanno detto addio agli amici più cari; l’ora in cui il viaggiatore, da poco partito, viene spinto a celebrare l’amore, se sente provenire da lontano il suono di una campana, che sembra piangere il giorno che muore”[8], è un sentimento difficile da affrontare e fronteggiare e la terapia per guarirne è lunga, a volte inefficace, ma sempre necessaria.

“Il tempo passò come un messo con una notizia urgente”[9], le luci si sono spente e l’abbronzatura è svanita: la fine dell’estate rappresenta l’inizio di una nuova stagione e come al termine di ogni giornata ci ritroviamo a guardare il futuro, e anche se il futuro a volte cambia in fretta e completamente e può sembrare spaventoso, una cosa non cambierà mai: la propria casa, il proprio paese, perché qualunque cosa si faccia od ovunque si vada, prima o poi si tornerà a casa, e lei sarà sempre lì, ad aspettarci.

                                                                                                                    Gabriele Demaestri

 

[1]Fonte orale, lezione di greco antico, liceo “E. Amaldi” di Novi Ligure, sezione classico

[2]Fonte orale, Antonia Chiesa, natia di Berga

[3]Fonte orale, ragazzi di Berga

[4] “Le parole che sono importanti”, pag. 105-107 “Tristezza” di Giovanni Montanaro, Feltrinelli editore

[5]Ibidem

[6] “La luna e i falò”, Cesare Pavese, Einaudi editore

[7]Parola composta dal greco nòstos (ritorno) e àlgos (dolore): “dolore del ritorno”

[8]Parafrasi cfr. “La Divina Commedia”, “Purgatorio”, C. VIII, vv. 1-6, Dante Alighieri

[9]“Vista con granello di sabbia”, v. 35, Wislawa Szymborska